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Hersh - Socrate
<p style="text-align: justify;">In questa nota si fa un breve riassunto della filosofia socratica descritta dalla filosofa francese <em>Hersh</em> nella sua "<strong>Storia della filosofia come Stupore</strong>".</p> <p style="text-align: justify;">Socrate entra nella storia del pensiero come una presenza più che come un autore, e Hersh insiste proprio su questo paradosso: nessuna pagina scritta, e tuttavia un’influenza che attraversa i secoli. La sua figura viene spesso contrapposta a quella di Platone, quasi per fissare in un colpo solo due modi di intendere la filosofia: l’eleganza della dottrina e l’urgenza della vita. Da un lato il discepolo aristocratico, dall’altro l’uomo di origini modeste, non bello secondo i canoni antichi, e neppure celebre per l’arte oratoria. Eppure, proprio questa distanza dalla retorica mette a fuoco l’essenziale: la filosofia non nasce come ornamento del discorso, ma come scossa dell’anima.</p> <p style="text-align: justify;">Lo stupore che l’autore vuole far riemergere nel lettore, davanti a Socrate, non riguarda un enigma cosmologico, bensì l’enigma dell’uomo che si interroga su se stesso. Con lui, la spinta della ricerca cambia direzione: non più la spiegazione del mondo o la contemplazione dell’essere in sé, ma l’urgenza del “come vivere”. È come se la coscienza, dopo aver guardato fuori, fosse costretta a voltarsi e a farsi domanda. In questo rovesciamento c’è una frattura decisiva: il pensiero non è un possesso tranquillo, ma un rischio. Il rischio è scoprire che ciò che chiamiamo sapere è spesso una forma raffinata di sonno. La celebre formula secondo cui egli “sa di non sapere” non viene presentata come modestia, ma come esercizio radicale dell’esigenza di verità. Non è la confessione di una mancanza, ma la prova di una sensibilità più acuta del vero. </p> <p style="text-align: justify;">Chi è soddisfatto delle apparenze crede di sapere; chi ha educato il proprio senso del vero comincia a percepire la sproporzione tra ciò che dice e ciò che dovrebbe dire. La saggezza, allora, non coincide con una dottrina accumulata, ma con una ferita aperta che impedisce l’autocompiacimento.<br>La Hersh interpreta l’assenza di scritti come un segnale: la verità, per Socrate, non è separabile da chi la pronuncia e dall’istante in cui la pronuncia. Una verità filosofica non viene ridotta a un enunciato corretto su un fatto oggettivo. Viene descritta piuttosto come un enunciato che un essere umano libero e responsabile fa proprio, impegnandosi in esso. Ciò che è vero, in questo senso, non è un oggetto inerte, ma qualcosa che trasforma chi lo accoglie. </p> <p style="text-align: justify;">Ecco perché la verità teorica appare inseparabile dalla verità pratica, quasi che conoscere significhi anche diventare altro. Si arriva a chiamare questa dimensione “esistenziale”, per marcare il legame fra pensiero e vita. La filosofia, così intesa, non può essere depositata in un testo come un bene trasferibile, perché passa attraverso una conversione interiore. Socrate si presenta allora come pedagogo del “sapere creatore”, e non come distributore di risposte. La sua azione è descritta come rivelazione del non-sapere che accende nel discepolo l’esigenza del vero nella sua autenticità. <br>Questa accensione non avviene con la forza, ma con la domanda.</p> <p style="text-align: justify;">Il modello è quello della maieutica, e il riferimento alla madre levatrice serve a chiarire l’immagine: non si partorisce un contenuto estraneo, ma ciò che già giace nell’altro come possibilità. Hersh sottolinea che alla base c’è una fiducia fondamentale nell’uomo. Se l’altro è davvero un essere umano, allora possiede in sé un senso del vero, anche se intorpidito o troppo presto appagato. Il compito del maestro non è sostituirsi a quel senso, ma risvegliarlo. Qui la filosofia appare come un’arte del risveglio.</p> <p style="text-align: justify;">Non stupisce, quindi, che l’azione socratica sia innanzitutto dialogo: parlare e ascoltare, cominciare con una domanda, accogliere una risposta. La domanda tipica riguarda ciò che sembra ovvio e invece non lo è: che cos’è il Bello, che cos’è il Bene, che cos’è la Giustizia. L’interlocutore risponde, e Socrate non lo schiaccia con un dogma, ma prende sul serio ciò che è stato detto. L’autore descrive il procedimento come una concatenazione di evidenze: “se è così, allora ne consegue anche questo”. L’accordo cresce, la sicurezza aumenta, e proprio quando tutto sembra in ordine arriva la torsione. Socrate ritorna all’enunciato iniziale e apre un secondo filo di ragionamento che conduce altrove. Due conclusioni divergenti emergono dallo stesso punto di partenza, e la mente si trova improvvisamente senza appoggio. È il momento dell’imbarazzo e della perplessità, l’esperienza viva del non-sapere. </p> <p style="text-align: justify;">La tradizione ha chiamato questo passaggio “ironia socratica”, ma l’autore la interpreta come un dispositivo educativo: seguire l’altro fino al punto in cui l’altro scopre da sé la propria incoerenza. Non è una beffa, è una medicina. Il criterio decisivo non è la coerenza di un oggetto, ma l’accordo del pensiero con se stesso: “sei d’accordo con te stesso?”. Quando l’accordo si spezza, l’io non può più rifugiarsi nell’opinione, perché la contraddizione diventa un’esperienza interna. </p> <p style="text-align: justify;">Allora non resta che ricominciare, e ricominciare significa rimettersi in cammino. Qui si vede perché Hersh parla di “nuovo inizio” come ritmo costante del dialogo socratico. In questo senso, Socrate sembra legato ai presocratici da alcuni tratti formali, come l’esigenza di identità, ma la posta in gioco è diversa: non l’identità dell’essere, bensì l’integrità dell’anima pensante. Il sapere, infatti, non appare come un bene neutro, ma come ciò che impegna tutta l’anima. Dire “io so” significa assumere un peso, perché ciò che si crede vero chiede di essere vissuto. Per questo Hersh insiste sul punto d’incontro tra teorico e pratico: conoscere è anche un fare, e il fare è anche un conoscere. </p> <p style="text-align: justify;">Separare rigidamente i due ambiti diventa impossibile, e in Socrate questa impossibilità appare per la prima volta come evento storico. Da qui nasce una conseguenza che, nella lettura proposta, è centrale: il male non è un mistero esterno, ma un errore interno. L’autore riporta l’idea socratica secondo cui l’uomo agisce sempre mirando a ciò che gli sembra un bene, anche nel peggiore dei casi. Perfino chi compie un crimine, se è responsabile, si propone qualcosa che crede buono. Da dove viene allora il male, se l’intenzione cerca un bene? La risposta attribuita a Socrate è netta: il male viene dall’errore sul bene, dal prendere un falso bene per un vero bene, dal sacrificare un grande bene per uno più piccolo. </p> <p style="text-align: justify;">Il male, dunque, proviene dall’ignoranza, ma non da una semplice mancanza d’informazioni. L’ignoranza è descritta come incapacità interiore di discernere e giudicare, come debolezza della radice morale del vero. Per riconoscere il vero bene occorre una trasformazione, e questa trasformazione è già un atto morale. Ecco perché “bisogna volerlo veramente” perché la verità non si lascia ottenere senza coinvolgimento. Il lavoro su di sé non è accessorio, è la condizione stessa della conoscenza del bene. </p> <p style="text-align: justify;">In questa luce la celebre massima “conosci te stesso” viene sottratta a equivoci moderni. Non si tratta di introspezione psicologica o di contemplazione narcisistica. Conoscersi significa scoprire in sé la radice del senso del vero e insieme le sue lacune: il proprio non-sapere, la tendenza all’illusione, la propensione a ingannarsi. E questa scoperta non è un semplice “vedere”, ma un’azione che cambia il modo di vivere. Perciò la filosofia socratica appare come pratica di libertà.</p> <p style="text-align: justify;">In questo punto la filosofia diventa quasi una terapia, ma una terapia che non promette benessere facile: promette lucidità e responsabilità. </p> <p style="text-align: justify;">Socrate, nella lettura proposta, non è il proprietario di un sistema, ma l’occasione di un risveglio che rende possibile la filosofia successiva. Per questo, più tardi, Kierkegaard potrà vederlo come maestro che non vuole dominare l’allievo, ma renderlo capace di fare a meno del maestro, e l’autore richiama tale confronto per chiarire l’essenza della pedagogia. La grandezza del maestro, allora, sta nel ritirarsi quando l’altro ha imparato a cercare. E qui si coglie un tratto decisivo della “filosofia come stupore”: lo stupore non è meraviglia passiva, ma energia che rimette in moto. </p> <p style="text-align: justify;">Davanti a Socrate, ciò che stupisce non è un nuovo oggetto nel mondo, ma il fatto che l’uomo sia obbligato a dirigere la propria vita verso il bene trovando da sé le vie per farlo. Questa obbligazione non può essere delegata, e l’autore la presenta come il punto in cui la filosofia diventa destino umano. Se la verità filosofica esige un impegno personale, allora nessuno può sostituirsi a nessuno nel compito di diventare vero. La maieutica non è quindi una tecnica neutra, ma una forma di rispetto per la libertà altrui. </p> <p style="text-align: justify;">Il dialogo diventa esercizio di responsabilità, perché costringe a rispondere non solo con parole, ma con la propria vita. E l’ironia, lungi dall’essere sarcasmo, appare come il nome di una cura: togliere all’opinione la sua arroganza, per far emergere l’esigenza del vero. Quando l’interlocutore cade nella perplessità, non viene umiliato, ma riportato alla possibilità di un inizio più autentico. La filosofia, così, non coincide con la conclusione, ma con la capacità di ricominciare. In questo ritmo si riconosce la differenza tra una cultura che accumula e una sapienza che trasforma. La trasformazione interiore richiesta dal riconoscimento del bene mostra che la morale non è moralismo, ma disciplina del vero. </p> <p style="text-align: justify;">E mostra anche che la radice della ricerca, perfino scientifica, può essere intesa come impegno morale verso la certezza, come l’autore suggerisce parlando della severità delle verifiche. Se questa radice si indebolisce, la verità si riduce a chiacchiera, e lo stupore muore.</p>