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Some notes on Relativity and other arguments
Hersh - Eraclito, Parmenide e la scuola atomistica
<p style="text-align: justify;">In questa nota si fa un breve riassunto della posizione sostenuta dalla filosofa francese <em>Hersh</em> nella sua "<strong>Storia della filosofia come Stupore</strong>" per quanto riguarda alcuni pensatori presocratici.</p> <p style="text-align: justify;">Nelle pagine in cui Jean Hersh mette a confronto Eraclito di Efeso e Parmenide di Elea, la questione non appare come una semplice divergenza tra due antichi, ma come la nascita di una tensione che attraverserà tutta la filosofia occidentale.</p> <p style="text-align: justify;">Hersh suggerisce che quei due nomi rimangano “simboli” perché, anche dopo secoli, continuiamo a oscillare fra due esigenze: restare fedeli alla logica dell’identità e, nello stesso tempo, non smentire l’evidenza dell’esperienza del cambiamento. Da un lato, l’esperienza quotidiana presenta l’effimero, il molteplice, la pluralità delle cose che mutano. Dall’altro lato, l’intelletto pretende stabilità, coerenza, e soffre quando il mutamento sembra violare in continuazione il principio di identità. </p> <p style="text-align: justify;">Hersh insiste che senza questa opposizione tra esigenza d’identità e evidenza del cambiamento la filosofia probabilmente non esisterebbe. Eraclito, nel racconto di Hersh, riprende la domanda sul “che cosa permane” e risponde con un gesto spiazzante: ciò che permane è il cambiamento stesso. Non c’è un fondamento immobile sotto la trasformazione, perché la trasformazione è già la sostanza delle cose. La realtà, quindi, non è un quieto deposito di essenze, ma un conflitto e un divenire. I contrari non sono un difetto del mondo, bensì la sua condizione di esistenza. Hersh rende concreto questo punto mostrando che, nell’esperienza, ogni cosa reale appare come unione di opposti, mentre il pensiero “logico” tende a escludere ciò che contiene contraddizione. Proprio qui Eraclito diventa provocatorio: se il reale vive di tensione, allora la contraddizione non è soltanto un errore dell’intelletto, ma un tratto della realtà stessa.</p> <p style="text-align: justify;">L’immagine del fiume, ricordata da Hersh, non è un ornamento poetico ma un modo di dire che, tornando sullo stesso corso d’acqua, non ritroviamo mai la stessa acqua, quindi nemmeno “lo stesso” fiume nel senso più rigido. Eppure, nota Hersh, in Eraclito non tutto è abbandonato a se stesso, perché nel cuore del conflitto appare un principio regolatore.</p> <p style="text-align: justify;">Il logos, parola che Hersh esplicita come ragione, logica, linguaggio e legge, garantisce un equilibrio: nel conflitto nessun contrario prevale definitivamente, altrimenti tutto cesserebbe. Così il mondo eracliteo non è puro caos, ma movimento strutturato.</p> <p style="text-align: justify;">In questo scenario entra Parmenide come avversario decisivo e, in Hersh, il suo ingresso coincide con un cambio di punto di partenza. Se Eraclito muove dall’universo sensibile, Parmenide muove dalle esigenze della logica. Hersh sottolinea che Parmenide colloca con forza eccezionale il principio di identità nell’essere stesso. Le impossibilità logiche diventano impossibilità ontologiche, cioè non solo non si possono dire senza contraddirsi, ma non possono nemmeno essere. </p> <p style="text-align: justify;">Il passaggio celebre, ripreso da Hersh, è netto: posso dire “l’essere è”, ma non posso dire “il non-essere è”. E Hersh spinge l’attenzione su un dettaglio che sembra minore ma è esplosivo: non si dovrebbe nemmeno pronunciare “non-essere”, perché nominarlo vorrebbe dire attribuirgli una qualche forma di essere nel linguaggio. Qui Parmenide non discute soltanto di cosmologia, ma mette in gioco la possibilità stessa di pensare e di parlare senza cadere in contraddizione. Hersh osserva che questa forza non si può respingere con leggerezza, perché è “filosoficamente vera” nella misura in cui tutela la coerenza del pensiero. Tuttavia, Hersh non presenta Parmenide come un astratto ragionatore chiuso in una formula. </p> <p style="text-align: justify;">Parmenide, come Eraclito, vede che nel mondo le cose cambiano, e proprio per questo distingue livelli differenti. Da una parte c’è la scienza come conoscenza vera dell’essere nella sua immutabile identità. Dall’altra c’è la doxa, cioè l’opinione, il livello con cui ci orientiamo nella vita pratica e nella comunicazione quotidiana. Hersh precisa che l’opinione non è semplice errore, ma un modo di avvicinarsi alla verità che spesso basta per vivere, pur restando sotto la soglia della conoscenza rigorosa. Di conseguenza, ogni sapere sul mondo del cambiamento viene ricondotto al regime dell’opinione, mentre la verità propriamente detta riguarda solo l’essere. </p> <p style="text-align: justify;">L’idea parmenidea dell’essere come pieno immutabile, increato, senza inizio né fine, appare in Hersh come un blocco compatto che spiega perché il mutamento diventi problematico. Hersh usa un’immagine quotidiana: in una valigia piena non si muove niente, e se l’essere è pieno non c’è spazio per mutare. Il cambiamento, infatti, sembra richiedere distanza, vuoto, alterità, ma nell’essere pieno non c’è nient’altro che l’essere. </p> <p style="text-align: justify;">La tensione diventa allora drammatica: Eraclito chiede di prendere sul serio il divenire, Parmenide chiede di prendere sul serio la non contraddizione. E Hersh formula la difficoltà in modo esistenziale: noi viviamo in un mondo effimero e mutevole, ma la mente è fatta per l’immutabile, l’identico, l’eterno. </p> <p style="text-align: justify;">Questo nodo viene messo alla prova quando Hersh introduce Zenone di Elea, non come semplice autore di giochi intellettuali, ma come colui che tocca “il nocciolo” del problema del movimento. Zenone mostra che il movimento, che vediamo e sperimentiamo, diventa quasi impensabile quando tentiamo di misurarlo e concettualizzarlo. Hersh richiama l’idea che per pensare il movimento ricorriamo sempre a punti di riferimento immobili, e così lo traduciamo in qualcosa che non è più movimento. Possiamo vedere volare la freccia, ma la sua traiettoria, se scomposta in istanti e posizioni, sembra dissolversi in una serie di immobilità. La conclusione zenoniana, così come Hersh la rende, è tagliente: tutto considerato, non pensiamo davvero il movimento, anche se lo vediamo. </p> <p style="text-align: justify;">A questo punto, secondo Hersh, diventa chiaro perché nella tradizione antica si moltiplichino i tentativi di conciliazione: nessuno può accontentarsi interamente né dell’uno né dell’altro. Non è possibile rispondere a Parmenide e Zenone dicendo “mi contraddico ma non importa”, perché così si rinuncia alla filosofia stessa come ricerca di coerenza. E non è possibile neppure rifiutare Eraclito sostenendo che l’esperienza del cambiamento sarebbe solo un’illusione, perché il mondo in cui viviamo non si lascia cancellare a parole. </p> <p style="text-align: justify;">In questo punto di crisi Hersh colloca la scuola atomistica come un tentativo di sintesi, e lo fa con una valutazione doppia: non particolarmente profonda sul piano filosofico, ma destinata a una straordinaria fortuna scientifica. Ciò che conta, qui, è capire il problema che gli atomisti ereditano e la strategia con cui cercano di renderlo meno esplosivo. </p> <p style="text-align: justify;">Gli atomisti, dice Hersh, cercano di introdurre nella realtà due esigenze opposte: la densità indistruttibile dell’essere di Parmenide e il mutamento dei corpi che Eraclito aveva posto al centro. La mossa iniziale consiste nel non far intervenire l’essere “uno” in senso metafisico, cioè come totalità unica e indivisa, ma nel pensare una moltitudine di piccole unità di essere. <br>Queste unità sono indivisibili, immutabili, indecomponibili, e in esse il non-essere non può assolutamente penetrare. Hersh insiste sul carattere di pienezza: sono unità perfettamente dense, piene, indistruttibili. E proprio per questo esse funzionano come “copie in miniatura” dell’essere parmenideo: trasferiscono nel piccolo la qualità dell’immutabile. </p> <p style="text-align: justify;">Qui appare il primo tentativo di soluzione: salvare la richiesta parmenidea di un essere che non si mescoli col non-essere, ma rinunciare a pensare quell’essere come un unico blocco. Invece dell’Uno assoluto, una pluralità di pieni assoluti. La conseguenza è che la permanenza non scompare, ma si distribuisce: non è più l’intero a essere immobile, bensì gli elementi ultimi. </p> <p style="text-align: justify;">Questa distribuzione consente di riaprire lo spazio per il divenire, ma soltanto a condizione di spostarlo su un altro livello. Il divenire non è più l’essenza delle cose nel senso più radicale, come in Eraclito, ma il modo in cui gli elementi permanenti si combinano e si separano. Il mutamento diventa trasformazione dei composti, non trasformazione dell’essere elementare. </p> <p style="text-align: justify;">Così l’atomismo prova a rispondere al problema dell’uno e del molteplice che, come ricorda Hersh, è legato al problema dell’effimero e del permanente. L’effimero appartiene al mondo del molteplice, e infatti i composti atomici sono molteplici e destinati a dissolversi. Il permanente spinge invece verso l’uno, e qui l’uno viene reinterpretato come permanenza di ciascun elemento indivisibile.</p> <p style="text-align: justify;">In questa chiave, la scuola atomistica tenta di rendere compatibili due linguaggi: il linguaggio della necessità logica dell’identico e il linguaggio dell’esperienza del mutamento. Ma il vero punto delicato, che Hersh prepara attraverso Parmenide e Zenone, riguarda il movimento. Se l’essere è pieno come una valigia piena, nulla può muoversi. E se il movimento è impensabile quando lo si scompone in immobilità, allora ogni cosmologia rischia di ricadere nell’aporia. La soluzione atomistica, letta attraverso le indicazioni di Hersh, può essere compresa come un tentativo di “costruire” lo spazio del movimento senza distruggere il rigore parmenideo. Da una parte si conservano i pieni indivisibili, così che nel cuore dell’essere non entri il non-essere. Dall’altra, per permettere urti, separazioni, ricomposizioni, occorre ammettere ciò che l’essere pieno sembra escludere: una forma di distanza. </p> <p style="text-align: justify;">Hersh aveva già detto che il cambiamento implica uno spazio, una distanza, un vuoto, un’alterità, e che proprio questo manca nell’essere parmenideo. L’atomismo, come strategia, consiste allora nel mantenere la pienezza dove serve a salvare Parmenide e nel riconoscere la distanza dove serve a rendere possibile l’esperienza del movimento. Il risultato è un mondo a due registri: invarianti elementari e configurazioni mutevoli. </p> <p style="text-align: justify;">Si potrebbe dire che l’atomismo tenta una “ontologia a grana fine”, in cui il permanente è microscopico e il divenire è macroscopico. Gli atomi non cambiano, ma cambiano le forme che essi costituiscono quando si aggregano. In tal modo si attenua la contrapposizione tra l’immutabile e il mutevole: l’immutabile non smentisce il mutevole, perché lo rende possibile come variazione di ordine e disposizione. E il mutevole non distrugge l’immutabile, perché non lo intacca nella sua natura indivisibile. </p> <p style="text-align: justify;">Questa è, in termini storici, la risposta alle difficoltà generate dal confronto tra Eraclito e Parmenide: salvare l’evidenza del cambiamento senza sacrificare la coerenza del pensiero. Hersh rende esplicito che la necessità di conciliare nasce dal fatto che nessuno può davvero “abitare” un solo polo: o si perde la logica o si perde il mondo. La scuola atomistica prova a non perdere nessuno dei due, pur trasformandoli. Trasforma Parmenide perché l’essere non è più l’uno metafisico, ma una moltitudine di pieni. Trasforma Eraclito perché il cambiamento non è più la sostanza primaria, ma l’effetto delle combinazioni e dei urti tra unità permanenti. E, rispetto a Zenone, l’atomismo non elimina l’enigma del pensare il movimento, ma sposta l’attenzione dal paradosso alla descrizione: il movimento diventa un fatto del mondo, trattabile tramite elementi stabili e riferimenti. </p> <p style="text-align: justify;">Per Hersh, il punto decisivo non è che gli atomisti abbiano chiuso definitivamente la questione, ma che abbiano proposto un modello capace di tenere insieme indistruttibilità e trasformazione. L’indistruttibilità garantisce che qualcosa “resti” e renda possibile la conoscenza. La trasformazione garantisce che il mondo dell’esperienza non venga dichiarato illusorio. In questo modo l’atomismo tenta di mettere in sicurezza l’intuizione parmenidea senza lasciare senza voce l’intuizione eraclitea. Il conflitto dei contrari, che in Eraclito è generativo, viene ricondotto a una dinamica di composizione e scomposizione dei composti. L’impossibilità di dire “il non-essere è”, che in Parmenide è un divieto assoluto, viene rispettata negli elementi pieni, mentre la spiegazione del mutamento cerca un linguaggio che non implichi che il nulla sia un ente come gli altri.</p> <p style="text-align: justify;">Il tutto mostra che, nella lettura di Hersh, la storia della filosofia non è una sequenza di dottrine chiuse, ma un susseguirsi di risposte a stupori e difficoltà sempre riaperti. Eraclito stupisce perché il reale sembra vivere di scorrere e di conflitto ordinato dal logos. Parmenide stupisce perché la logica, presa sul serio, sembra proibire proprio ciò che l’esperienza impone di ammettere. Zenone stupisce perché rende visibile l’impotenza del pensiero nel catturare ciò che pure è davanti agli occhi, cioè il movimento. <br>Gli atomisti stupiscono perché tentano una mediazione che, pur non essendo un trionfo speculativo, apre una strada in cui il permanente e il mutevole non sono più nemici assoluti. </p> <p style="text-align: justify;">In definitiva, l’atomismo può essere inteso come una risposta “tecnica” a un conflitto “fondativo”: conserva una base di identità e la mette al servizio di un mondo che cambia. E proprio per questo, nel disegno di Hersh, esso rappresenta un passaggio emblematico: quando la metafisica sembra bloccarsi tra divenire e immutabilità, si tenta di rendere pensabile il divenire grazie a elementi immutabili. Non si rinnega più l’esperienza in nome della logica, né la logica in nome dell’esperienza, ma si prova a disporre entrambe in una struttura a livelli. Il prezzo è che l’Uno assoluto si perde come totalità metafisica e diventa pluralità fisica. </p> <p style="text-align: justify;">Il guadagno è che il mutamento non è più un non-pensiero, ma un fenomeno che può essere descritto senza cancellare la permanenza. E così, nel percorso ricostruito da Hersh, la scuola atomistica appare come una risposta alle difficoltà nate dall’urto tra l’intuizione eraclitea del divenire e il rigore parmenideo dell’essere, passando per la sfida zenoniana che mostra quanto sia arduo, per la mente, pensare davvero il movimento che pure vive e attraversa ogni istante del mondo.</p>