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Some notes on Relativity and other arguments
Frigg - Models and Theories - Delineating the Observable
<p style="text-align: justify;">Il capitolo "<em>Delineating the Observable </em>" del saggio <strong>Models and Theory</strong> di Roman Frigg ha come obiettivo quello di chiarire in cosa consiste un linguaggio osservativo e quali problematiche siano ad esso collegate.</p> <p style="text-align: justify;">Frigg prende sul serio un presupposto che nella “Received View” appare quasi ovvio: se una teoria si collega al mondo tramite “termini osservativi”, allora dobbiamo saper dire che cosa sia osservabile e che cosa non lo sia, e dobbiamo riuscire a farlo in un modo sufficientemente chiaro da reggere il peso metodologico che l’empirismo gli assegna. </p> <p style="text-align: justify;">Il punto di partenza è la seconda biforcazione della Received View, quella che separa il vocabolario extralogico in termini osservativi e termini teorici, dove i primi sarebbero agganciati direttamente all’osservazione e i secondi avrebbero un legame mediato, tipicamente tramite “<em>regole di corrispondenza</em>”. </p> <p style="text-align: justify;">L'autore mostra che questa separazione, se la si intende come un taglio netto tra “<strong>osservabile</strong>” e “<strong>inosservabile</strong>”, è più problematica di quanto sembri, e che molte obiezioni non sono cavilli, ma attaccano proprio il modo in cui la Received View costruisce l’idea di una base osservativa neutra. </p> <p style="text-align: justify;">Per capire dove nascono i guai, Frigg segue Putnam e invita prima di tutto a disambiguare una parola che, nella discussione, è carica di ambiguità: “<strong>teorico</strong>”. “Teorico” può voler dire “<em>riferito a inosservabili</em>”, ma può anche voler dire “<em>proveniente da una teoria</em>”, cioè dotato di pedigree teorico, genealogicamente dipendente da un quadro concettuale precedente. Se si mescolano questi due sensi, si finisce per credere che esista un’unica linea di demarcazione, mentre in realtà ci sono due distinzioni: quella epistemica osservabile/inosservabile e quella genealogica non-teorico/teorico. L’idea “confortante” sarebbe che le due distinzioni coincidano, cioè che i termini che designano osservabili siano anche non-teorici e che i termini che designano inosservabili siano anche teorici.</p> <p style="text-align: justify;">Ma Putnam insiste che questa coincidenza non regge, perché esistono termini teorici che designano cose osservabili e termini non-teorici che designano cose inosservabili, e anche se alcuni esempi sono controversi, basta la presenza di uno di essi per incrinare il quadro.</p> <p style="text-align: justify;">Da qui l'autore costruisce una sorta di “mappa” concettuale: un quadrante dove stanno i casi “normali” (teorico e inosservabile), e altri quadranti dove si annidano i casi che la Received View fatica a trattare senza perdere l’idea di neutralità osservativa. Un esempio classico di caso complesso è il termine “satellite”: nasce in un contesto teorico e tecnico, eppure l’oggetto che designa può essere visto, fotografato, seguito a occhio in certe condizioni, quindi “osservabile” nel senso ordinario. L’imbarazzo filosofico qui non è linguistico ma epistemologico: se persino il vocabolario con cui registriamo osservazioni contiene “bagaglio teorico”, allora l’osservazione non è più quel tribunale neutro a cui la teoria deve presentarsi “disarmata”. </p> <p style="text-align: justify;">Frigg rende questa intuizione concreta con l’idea che, per essere davvero un’antenna, un oggetto non deve solo apparire come una certa bacchetta metallica, ma deve poter emettere o ricevere segnali radio, e stabilire questo richiede l’uso della teoria elettromagnetica. Quindi un termine può riferirsi a qualcosa di visibile e tuttavia restare teorico nel senso genealogico, perché le sue condizioni corrette di applicazione dipendono da un quadro teorico. </p> <p style="text-align: justify;">A quel punto la “biforcazione osservativo/teorico” perde la sua funzione di fondazione epistemica, perché il lato osservativo non è più una regione linguistica indipendente. </p> <p style="text-align: justify;">Ma c’è anche un problema speculare: termini che sembrano osservativi per eccellenza possono essere applicati a entità inosservabili, producendo “<em>termini osservativi che designano l’inosservabile</em>”. L'autore discute l’esempio di Putnam su Newton e i corpuscoli “rossi”, e poi generalizza: parliamo della forma di una molecola, della frequenza di un gene, del diametro di un atomo, della vibrazione di una superstringa, e in questi casi parole dall’aria osservativa (diametro, frequenza, vibrazione...) vengono trascinate nel dominio dell’inosservabile.</p> <p style="text-align: justify;">Una risposta possibile è richiamarsi a Hempel e dire che un termine è osservativo se la proprietà che designa è osservabile “<em>in circostanze adatte</em>”, ma allora tutto si sposta sul problema di definire quali siano, non arbitrariamente, le “circostanze adatte”.</p> <p style="text-align: justify;">Un’altra risposta è “<em>splittare</em>” i termini, distinguendo, per esempio, un rosso-per-osservabili e un rosso-per-inosservabili, ma questa strategia somiglia a una ricostruzione linguistica così invasiva da rischiare di perdere contatto con la scienza reale che si voleva chiarire.</p> <p style="text-align: justify;">Fin qui si è mostrato che la distinzione osservabile/inosservabile non si traduce in modo semplice in una distinzione linguistica tra tipi di termini, e quindi non può fungere da cardine unico della semantica empirista. A questo punto entra in scena un secondo nodo: anche ammesso che si voglia parlare di “osservabile” e “inosservabile”, esiste davvero un confine netto?</p> <p style="text-align: justify;">Maxwell propone l’argomento del continuum: tra guardare nel vuoto e guardare con strumenti sempre più potenti c’è una transizione graduale, e non sembra esserci un punto non arbitrario dove dire “<em>qui finisce l’osservazione e comincia la teoria</em>”. Lo stesso vale se al posto degli strumenti consideriamo una serie di oggetti via via più piccoli o più grandi: il passaggio dall’osservabile all’inosservabile appare come una sfumatura, non come una soglia. </p> <p style="text-align: justify;">Maxwell aggiunge l’argomento della relatività all’osservatore: ciò che conta come osservabile dipende da capacità contingenti dell’osservatore, e quindi parlare di osservabilità “in sé” sembra mal posto. Van Fraassen replica che il concetto di “osservabile” è intrinsecamente relativo a noi, proprio come “portabile” o “rompibile”, e che cambiare il tipo di osservatore cambia il gioco, non solo le sue mosse. Frigg non tratta questa disputa come un puro dettaglio terminologico, perché se l’osservabilità non ha contorni determinati, allora è difficile farne il criterio che separa una lingua neutra da una lingua teorica.</p> <p style="text-align: justify;">A questo si aggiunge una terza critica, forse la più famosa: <strong>l’osservazione è “theory-laden”, cioè intrisa di teoria</strong>. L'autore è attento a distinguere livelli diversi di theory-ladenness, perché la discussione spesso oscilla tra tesi psicologiche sulla percezione e tesi metodologiche su come le teorie influenzano la produzione di evidenza. Si richiamano immagini ambigue come il cubo di Necker o l’illusione anatra-coniglio per suggerire che persone diverse “vedono” cose diverse pur ricevendo gli stessi stimoli, ma il testo sottolinea che queste analogie motivano, non dimostrano, una tesi sulla scienza. </p> <p style="text-align: justify;">Per questo, dopo aver ricordato le posizioni in disputa su quanto la percezione sia cognitivamente penetrabile o indipendente dalle credenze, il capitolo ridimensiona l’importanza di questo livello per molti contesti scientifici, dove l’informazione empirica arriva soprattutto da strumentazione e misurazione.</p> <p style="text-align: justify;">Poi la theory-ladenness viene articolata in forme più direttamente pertinenti: il ruolo delle aspettative nell’interpretazione percettiva e nelle pratiche sperimentali, come mostrano l’esperimento del vino bianco colorato di rosso e l’episodio storico dei presunti N-rays. L’effetto complessivo è che non basta dire “osserviamo e poi teorizziamo”, perché ciò che viene registrato come osservazione può dipendere da ciò che ci aspettiamo di trovare e da quali concetti abbiamo per descriverlo.</p> <p style="text-align: justify;">A questo punto Frigg evita una conclusione semplicistica del tipo “allora tutto è teorico e l’empirismo crolla”, e cerca invece una riformulazione della biforcazione che catturi ciò che davvero serve all’empirista: distinguere ciò che è già disponibile prima della teoria in questione da ciò che la teoria introduce come nuovo.</p> <p style="text-align: justify;">Invece di osservativo/teorico in senso ricevuto, la proposta più promettente è antecedentemente compreso versus nuovo, dove “antecedentemente” è sempre relativo a un contesto teorico, non un’innocenza assoluta. Qui entra una nozione chiave: un termine può essere “<em>T-teorico</em>” rispetto a una teoria <em>T</em>, ma non necessariamente rispetto a un’altra teoria, perché ciò che è nuovo dipende da quale impalcatura concettuale si assume come sfondo.</p> <p style="text-align: justify;">L’esempio discusso mostra che “traiettoria” può essere non-teorico in meccanica newtoniana e al contempo teorico rispetto a un quadro più ristretto come la cinematica galileiana, rendendo visibile la dipendenza contestuale della classificazione. </p> <p style="text-align: justify;">Questo spostamento ha un vantaggio strategico: non pretende di trovare una frontiera universale tra osservabile e inosservabile, e non richiede che il linguaggio dell’evidenza sia privo di genealogia concettuale.</p> <p style="text-align: justify;">Resta però una preoccupazione classica: se le teorie entrano nella produzione dell’evidenza, non rischiamo una circolarità confermativa, dove il test “riesce” perché la teoria è già stata messa dentro l’osservazione. L'autore segnala che questa questione verrà ripresa più avanti (in particolare nella discussione strutturalista), e anticipa che esistono modi di evitare la circolarità senza tornare a una mitica osservazione pura. </p> <p style="text-align: justify;">Dopo aver lavorato soprattutto su concetti e distinzioni, Frigg cambia registro e affronta una lacuna frequente nelle discussioni filosofiche sull’osservazione: come si passa, concretamente, dall’atto di misurare al tipo di “evidenza” che viene confrontata con una teoria.</p> <p style="text-align: justify;">In molte scienze osservare significa misurare con dispositivi, e la misura produce output numerici che chiamiamo dati. Ma i dati “grezzi” registrati in un quaderno di laboratorio raramente vengono confrontati direttamente con la teoria, perché contengono errori, rumore e scarti di precisione che devono essere trattati.</p> <p style="text-align: justify;">Si introduce così il <em>processo di riduzione</em> dei dati: una serie di operazioni matematiche e statistiche che correggono, rettificano, reggimentano e spesso idealizzano i dati grezzi, producendo un riassunto utilizzabile. Il prodotto di questo processo è il “<em>data model</em>”, il modello di dati, definito come la sintesi processata e ordinata che sostituisce il caos dei punti grezzi quando si tratta di inferenza e confronto teorico. Frigg insiste che la costruzione di un data model appartiene alla provincia della statistica, e che in linea di principio qualunque tecnica statistica può entrare in gioco, da regressioni e medie fino a criteri di selezione di modelli più complessi. Non esiste quindi “l’unico” modo giusto di costruire un data model, perché la scelta dipende dal tipo di dati, dagli interessi di ricerca e dal contesto dell’indagine, e i dati da soli non impongono una forma unica. </p> <p style="text-align: justify;">Questa osservazione ha un’importanza filosofica: anche quando si passa alla quantificazione, l’evidenza non emerge come una fotografia neutra, ma come un oggetto costruito con criteri e decisioni metodologiche. Per rendere vivida la catena che va dal mondo ai data model, l'autore propone un esempio legato alle maree e alle inondazioni di Venezia, con registrazioni orarie del livello del mare e procedure di controllo di qualità come il “buddy checking” tra stazioni vicine. L’esempio serve a mostrare che tra il segno su un rotolo di carta di un vecchio mareografo e il “dato” che entra in un’analisi statistica c’è un percorso di filtraggio, standardizzazione e valutazione dell’affidabilità.</p> <p style="text-align: justify;">Frigg allarga poi la lente e mette in guardia contro l’idea troppo semplice secondo cui ci sarebbe un processo statistico una tantum che produce un data model fisso e poi, su quello, la teoria si giudica. In molti campi, nota Leonelli, i dati vengono preparati in processi complessi che coinvolgono figure diverse e pratiche diverse, e ciò che conta come “lo stesso dato” può cambiare a seconda del gruppo che lo tratta. </p> <p style="text-align: justify;">L'autore registra anche casi in cui “non basta la statistica”, perché quando i dati sono scarsi si ricorre a modelli del sistema per colmare lacune, in pratiche come la <em>data assimilation</em> nelle scienze atmosferiche e la reanalysis per costruire serie storiche coerenti. Questo produce un’ulteriore forma di “<em>model-ladenness</em>”: non solo l’osservazione può essere theory-laden, ma perfino i data model possono diventare model-laden quando incorporano output modellistici nella loro stessa costruzione. </p> <p style="text-align: justify;">Frigg segnala che, nel dibattito recente, si distinguono più tipi di “carico di modello” nei dati, includendo conversione, correzione, interpolazione, scaling, fusione, assimilazione e dati sintetici, a indicare una topografia molto più articolata della semplice dicotomia dato/teoria. </p> <p style="text-align: justify;">All’estremo opposto della scarsità c’è l’abbondanza: la crescita enorme della produzione di dati e il ruolo crescente dei big data anche in ambito scientifico, dove data mining e metodi di machine learning diventano parte del modo in cui l’evidenza viene estratta. Questo passaggio non è un excursus sociologico, perché modifica la domanda filosofica: se l’evidenza è il risultato di pipeline complesse, allora l’idea di un linguaggio osservativo semplice e stabile appare ancora meno plausibile.</p> <p style="text-align: justify;">Nella scia di queste analisi, Frigg propone un quadro più realistico e, allo stesso tempo, più inquieto: articolare seriamente l’idea empirista secondo cui la conoscenza proviene dall’esperienza richiede teoria dei concetti, teoria delle pratiche, e un’attenzione ai passaggi intermedi che trasformano esperienza in evidenza. </p> <p style="text-align: justify;">Il problema dell’osservabile non si riduce a “cosa vediamo a occhio nudo”, ma riguarda la possibilità di tracciare confini non arbitrari, la dipendenza dall’osservatore, e il modo in cui strumenti e concetti definiscono ciò che conta come accesso empirico. Il problema del teorico non si riduce a “cosa è invisibile”, ma include la genealogia dei termini e il fatto che molti concetti hanno condizioni d’uso che richiedono teorie di sfondo anche quando si applicano a oggetti comuni e visibili. Il problema della theory-ladenness non è solo una tesi psicologica sulla percezione, ma un insieme di meccanismi attraverso cui aspettative, concetti e pratiche sperimentali modellano il materiale che poi viene presentato come evidenza.</p> <p style="text-align: justify;">E il problema dei dati mostra che, persino quando si pensa di avere qualcosa di “puro” perché numerico, ciò che si confronta con la teoria è tipicamente un modello di dati costruito tramite scelte statistiche e procedure di pulizia e sintesi.</p> <p style="text-align: justify;">La mossa teorica più importante proposta da Frigg è allora il cambio di fuoco: non inseguire una dicotomia metafisicamente rigida tra osservabile e inosservabile, ma ricostruire la funzione epistemica della distinzione separando ciò che è già disponibile (in un contesto) da ciò che viene introdotto come nuovo (in quel contesto).</p> <p style="text-align: justify;">Questo non risolve tutti i problemi perché rimangono questioni su circolarità, conferma, e sul modo in cui teorie e modelli entrano nella produzione dell’evidenza. Ma l'autore chiarisce perché le scorciatoie non funzionano: la Received View ha bisogno di un confine pulito per far funzionare la subordinazione della teoria all’osservazione, e proprio quel confine è ciò che, una volta guardato da vicino, si rivela sfocato, multiplo e dipendente dalle pratiche scientifiche.</p> <p style="text-align: justify;">In questo senso “delineare l’osservabile” non è un preliminare tecnico, ma un banco di prova generale: se fallisce, la filosofia delle teorie non può limitarsi a parlare di linguaggi e regole di corrispondenza, e deve includere come termini, strumenti e procedure di trattamento dei dati cooperino nel costruire ciò che chiamiamo esperienza scientificamente rilevante.</p>